lunedì 19 novembre 2007

Capitolo 1

Soldi.
Fino a trentacinque anni i soldi erano stati la mia unica ragione di vita, il mio solo obbiettivo, la meta da raggiungere, il Tutto.
I soldi. Tanti soldi. Soldi per avere una vita migliore, soldi per evadere dalla realtà, soldi per esaudire ogni mio desiderio.
Con i soldi puoi fare tutto. Con i soldi puoi avere tutto. Ed io lottando, stringendo i denti, arrabbiandomi, ce l’avevo fatta. Avevo fatto tanti soldi.
Ero ricca.
Abitavo a Milano, in un attico di trecento e passa metri quadri che si affacciava su piazza del Duomo. La mia casa era stata arredata da architetti famosi. Non mi piaceva, ma mi era costata un sacco di soldi. E questo poteva bastare. Solo una litografia di Roy Lichestein da mettere all’ingresso mi era costata quattro milioni.
Avevo un armadio, anzi una stanza intera piena di vestiti. Valentino, Armani, Versace, a destra. A sinistra c’erano i Chanel e i Dior, più alcune cosucce che mi ero fatta fare su misura. Alcuni non l’avevo nemmeno mai indossati.
Avevo gioielli degni di quelli della Corona. Diamanti, smeraldi, rubini. Molti erano chiusi da anni in una cassetta di sicurezza. Li sfoggiavo solo alla Prima della Scala.
Avevo una Villa a Porto Cervo che usavo si è no tre settimane all’anno.
Avevo una Mercedes SL e una Jaguar E-Type.
Avevo tutto.
Ed ero felice, inutile negarlo.
C’era solo un piccolo particolare. Da principio non l’avevo notato. Ma poi, quando compii trentacinque anni, finalmente me ne accorsi.
Non era un martellante senso di colpa per come avevo ottenuto quello che avevo, non era il rimpianto per quello che avevo fatto in passato, no.
Ero sola.
Non che non avessi amici. E uomini. Fior di uomini. Potevo averli tutti ai miei piedi. Il meglio del meglio, non so se capite. Ma ero sola.
Il 16 febbraio del 1987, la notte del mio trentacinquesimo compleanno, quando l’ultimo invitato uscì da casa mia, quando la filippina se ne andò dicendo che sarebbe tornata domani per pulire, mi buttai sul mio letto vuoto e piansi.
Era la prima volta da oltre dieci anni.

Sono nata nell’entroterra di Cremona, nel 1952.
Avete presente quelle fattorie in piena campagna che si vedono solo nei film, dove il tempo sembra non essere mai passato, dove tutto è uguale come cent’anni fa? Quelle fattorie con le galline che razzolano sull’aia, così pittorescamente false che ti fanno dire “E’ il cinema! La gente certamente non vive più così!”
Invece era tutto vero.
Mio padre era un contadino. Mia madre una casalinga: lezioso vezzeggiativo per indicare una donna che lavorava quasi ventiquattro ore al giorno, cucinando, lavando i vestiti, rifacendo i letti, pulendo e via dicendo. Il tutto per otto persone. Oltre a mio padre c’erano infatti i miei due fratelli maggiori, Giorgio e Piero, mia sorella minore, Stefania, e mio zio Carlo. Ed in più c’era anche mia nonna Maria.
Ma i compiti di mia madre non si limitavano a questo: c’era un’intera fattoria da tirare avanti. Dar da mangiare alle bestie, andare a prendere le verdure giù all’orto, e così via. Quando poi c’era la trebbiatura o la semina o la macellazione degli animali, aveva a malapena il tempo di mettersi a sedere.
Ecco, forse fu proprio vedendo mia madre, che mi dissi “Non voglio finire così!”. Quella donna veniva sfruttata, lavorando a testa bassa, come un cane, e alla fine del giorno, non una parola di affetto, di ringraziamento. Al contrario se a mezzogiorno il pranzo non era pronto, giù le bestemmie. E a volte anche le botte.
Per alcuni anni odiai addirittura mia madre. Perché non si era ribellata? Perché non aveva mai alzato la voce? Molto più tardi mi seppi dare una risposta: perché non sarebbe servito a niente. Tutto sarebbe rimasto uguale. Per sempre.

Quando nacqui penso che mio padre bestemmiò. Già era stata una disgrazia avere un altro figlio, un’altra bocca da sfamare. Ora, per di più, scopriva che era una femmina. Un maschio ti poteva aiutare giù per i campi, per lo meno. Mangiava il cibo che ti faceva guadagnare. Ma una femmina no. La femmina era qualcosa da tenersi sulle spalle per vent’anni (forse, sperando in Dio, anche meno) finché qualcuno alla fine non te la portava via per fare altri figli. E il ciclo sarebbe così continuato.
Questi pensieri nacquero in me solo molti anni dopo.
Mio padre, da piccola, era il mio eroe. Era grande, forte e bello.
D’estate si alzava la mattina alle cinque (ma mia madre almeno mezz’ora prima per preparare da mangiare) e via per i campi. Avevamo tre ettari che mio padre coltivava con l’aiuto dei miei fratelli. Avevamo un orto e un pollaio. Lì c’erano i polli e i tacchini. C’era la conigliera. E una piccola stalla dove tenevamo i maiali.
Il mio primo ricordo di infanzia sono io che tengo la coda del maiale mentre veniva sgozzato. No, non mi faceva impressione. Era un gioco. Per me l’infanzia era tutta un grande gioco.
E di giochi non ne avevo molti. Me li dovevo fabbricare. Le figlie del sindaco avevano delle belle bambole, io no.
La bambola che stava appoggiata sul letto dei miei genitori, quando il parroco veniva a dare la benedizione pasquale, subito dopo era messa frettolosamente sotto chiave, in un posto segreto. Quando mia madre morì portò quel segreto nella tomba: non riuscii mai a scoprire dove tenesse nascosta quella bambola per tutto l’anno.
Con che giocavo allora? Prima che nascesse mia sorella con le galline nel pollaio, con un pezzo di legno che io mi immaginavo chissà cosa. Una bambola, forse, o qualche oggetto strano, come un frullatore o un phon che avevo visto al cinema.

Il cinema era una vera festa per noi. Ci si andava una volta al mese. L’unico cinema nella zona era in città, distante una ventina di chilometri. Ci si sedeva tutti nella macchina di papà senza profferir parola, con il vestito buono.
Papà aveva paura e andava piano. E pensava in cuor suo che più lentamente avesse guidato, meno benzina avrebbe consumato.
Arrivati in città si entrava nel cinematografo. La maggior parte delle volte il film era già iniziato. E la maggior parte delle volte non capivamo nulla di ciò che era successo.
Ma la visione di quel mondo strano, così lontano da noi, ci affascinava.
Nelle città vedevamo, la gente vive in case alte come montagne. E dentro quelle case hanno macchine meravigliose che cucinano, fanno il bucato e molte altre cose.
Fantascienza per noi.

Ma non ero triste. I bambini non lo sono mai.
Quando nacque mia sorella ero al settimo cielo. Finalmente avevo qualcuno con cui giocare!
Si, la mia infanzia fu felice e spensierata. Certo, desideravo forse qualcosa di più. Ma accettavo il fatto che era materialmente impossibile.
Quella era la mia vita, fine.
Poi compii tredici anni.

1 commento:

mass1m0 ha detto...

Ah, ma io ho la copia cartacea con tanto di dedica dell'autore! Gran romanzo, consigliatissimo! ;-)