giovedì 22 novembre 2007

Capitolo 2

Mio zio Carlo non si era mai sposato. E a volte mi ero domandata perché. Eppure era una persona simpatica, divertente, sempre allegra.
Insomma, il classico zio che ti portava le caramelle e ti raccontava le storielle, tutte cose che i genitori non avevano il tempo di fare.
Mio zio non lavorava in campagna con i miei. Faceva l’impiegato presso il Comune. Si alzava tardi, verso le sette e mezza, e partiva con la sua vecchia moto alla volta del paese.
Molto spesso mi dava anche un passaggio per andare a scuola. Mamma non voleva. Diceva che era uno spericolato.
A dire il vero diceva anche qualcos’altro. L’avevo vista arrabbiarsi con mio padre parecchie volte, perché teneva il fratello con noi.
Un uomo di quaranta anni e passa non sposato? Ci doveva essere qualcosa di strano in lui. Ma mio padre gli voleva bene. E poi zio Carlo portava a casa il suo intero stipendio. Mangiava poco, beveva poco. E questo era più che sufficiente per assicurargli un letto dove dormire alla fattoria.

Quando compii tredici anni mio zio mi regalò un paio di calze. Oggi, se provate a regalare un paio di calze ad una ragazzina, probabilmente ve le tirerebbe dietro, scioccata e offesa. E non è detto che vi denunci al Telefono Azzurro.
Ma per me erano il primo paio di calze. Il simbolo che ero diventata donna.
Mia madre naturalmente non vide di buon occhio quel regalo. I calzettoni di lana che mi costringeva a portare erano più che dignitosi, per lei.
Appena aprii quel pacco corsi subito in camera da letto a provarle.
Non credo fosse seta, anzi sicuramente era qualche nylon di bassa lega, ma per me erano come la più candida seta filata in Oriente per l’Imperatore.
Ero davanti al grande specchio, con la gonna alzata, intenta ad ammirare le calze, quando mi accorsi che mio zio era là , sulla porta. Sorrideva e aveva una mano in tasca.
Abbassai istintivamente la gonna. Ero turbata, ma solo un poco. Sicuramente voleva vedere l’effetto del suo regalo. E poi era solo mio zio! Sorrisi anch’io.
Mio zio si levò la mano dalla tasca, tirando fuori il pacchetto di Nazionali. Si accese lentamente una sigaretta, senza mai staccarmi gli occhi di dosso.
Poi se ne andò.
Non ci pensai più per alcuni giorni.

Poi, un sabato, dovevo andare al Catechismo in preparazione della Cresima.
Di solito andavo a piedi. Non ci voleva poi molto.
Ma quel sabato, dopo pranzo, mio zio mi sussurrò – Ti accompagno io al Catechismo! - Poi aggiunse – Non dire niente a mamma e papà. Sai come sono. Hanno sempre paura! -
E non lo feci. Mi divertiva andare in moto e l’episodio di pochi giorni prima era ormai completamente dimenticato.

Salii in sella, reggendomi forte alle sue spalle.
Zio Carlo mise in moto la vecchia Guzzi.
Il motore emise uno scoppio deciso.
La moto partì.
Non c’era molta strada da fare per giungere in paese. Ma la strada era sempre deserta. Un semplice viottolo di campagna che delimitava un boschetto.
Nel mezzo del tragitto la moto si fermò.
Erano le due. Non c’era materialmente nessuno in giro.
- Che succede? - chiesi.
- Niente - fece lui scendendo dalla moto – Niente –
Mise la moto sul cavalletto.
- Sai – disse – ho un altro regalo per te. L’ho nascosto in fondo al bosco. Avevo paura che a mamma e papà non piacesse -
- E che cos’è? - chiesi io – Un altro paio di calze? – anche se non ci credevo veramente. Ma era mio zio. Mi potevo fidare di lui.
- Molto meglio - disse – Vieni che te lo faccio vedere – E prendendomi per mano, mi trascinò in mezzo al bosco.
No, non avevo paura. Era mio zio. Sangue del mio sangue. Uno di famiglia.
Ci inoltrammo ancora di più. Ormai avevo capito che il regalo non esisteva. Non capivo cosa volesse fare mio zio. Forse uno scherzo.
Poi, all’improvviso si fermò.
Tenendomi con una mano, stretta, si slacciò la cintura.
Per un attimo pensai che mi volesse picchiare. Mio padre in un paio d’occasioni s’era tolto la cintura. Non mi aveva picchiato ma me l’aveva agitata davanti, minaccioso.
La mano di mio zio stringeva forte, sempre di più.
Lentamente si abbassò prima i calzoni, poi le mutande.
Distolsi lo sguardo istintivamente.
E fu in quell’istante che lui mi si buttò addosso.

Avevo un bel vestito quel giorno. Non quello della domenica, ma un bel vestito azzurrino.
Le sue mani corsero velocemente sulla cerniera abbassandola furiosamente. Qualcosa si strappò.
Urlai. Ma nessuno mi poteva sentire.
Poi mio zio cominciò a toccarmi, toccarmi dappertutto. Mi sfilò completamente il vestito.
Poi si gettò sul corsetto affondando il volto sul mio corpo.
Con impeto sempre più rabbioso mi tolse il reggipetto. Mugolò.
Poi, con un volto che non sembrava più il suo, mi strappò le mutande.
Io ero impietrita dalla paura. Non sapevo cosa fare.
Con uno strattone mi gettò, a terra, nel fango. Il giorno prima aveva piovuto.
Poi, alla fine, fu sopra di me.

Il tutto durò non più di due minuti. Poi mi lasciò lì a terra, nuda, sporca, al freddo, a piangere.
Mentre lui si fumava una sigaretta, lentamente cominciai a rivestirmi.
- Cosa dirai ora? - disse improvvisamente.
Non l’avevo mai sentito usare quel tono di voce. Non sembrava lui.
- Lo dirò a papà – feci io, decisa.
- E a chi crederà tuo padre? – disse lui – A chi crederà? Ad una piccola puttanella o a suo fratello? Pensaci bene Francesca, pensaci bene! -
- Mi crederanno.-
- Crederanno a tutto quello che IO dirò. Potrei dire che ti ho vista mentre andavi dentro al bosco con Cecco, il figlio di Alberti! -
Questo Cecco, lo avevo visto in un paio d’occasioni. Niente di ché. Mia sorella una sera a tavola aveva detto che io gli piacevo. Chiacchiere da ragazzine.
- Dirò che ho visto quel Cecco portare Francesca nel bosco. Chissà cosa hanno fatto! Tutto il paese lo saprà! Tutti ti rideranno dietro! Tutti ti chiameranno puttana! -
- Quindi - fece infine buttando la sigaretta nel bosco - è meglio se stai zitta. -

Tornammo a casa molte ore più tardi.
Lui era rimasto a fumare una sigaretta dietro l’altra, non staccandomi mai gli occhi di dosso.
Appena arrivata a casa, corsi in camera a piangere. Si, sapevo come nascono i bambini. Sapevo “quelle cose”. In campagna si impara presto, bastava guardare gli animali.
E avevo fatta tanta dottrina. Sapevo che quel dono dovevo conservarlo per una persona speciale, mio marito.
Ma quel dono era ormai perduto. Ero stata violata.
Nel mio futuro non vedevo più un marito, non riuscivo ad immaginarmi una vita normale. Tutti i progetti che avevo fatto, tutti i miei sogni da bambina, erano andati in fumo, scomparsi.
Mio zio se li era portati via per sempre.

1 commento:

filomeno2006 ha detto...

Zío = Single felice. Refrán castellano: más vale estar solo que mal acompañado......