sabato 1 dicembre 2007

Capitolo 3

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Mia madre vide subito che ero cambiata, che c’era qualcosa di strano in me. Le madri se ne accorgono sempre. Ma, credo, pensò che doveva essere qualcosa che aveva a che fare con l’età.
Io cercavo di nascondere quel che era successo, ma non ci riuscivo. Ero triste e non avevo più voglia di giocare. A tavola mangiavo poco. Subito dopo andavo in camera. E qui, al sicuro da tutti, potevo piangere.
Qualche volta provavo a convincermi che ormai era tutto passato. Altre volte che niente era mai successo. Ma non ce la facevo.
Nei miei incubi rivivevo sempre quegli attimi nel bosco. E, ogni volta, quegli attimi erano sempre più lunghi, sempre più angoscianti.
Mia sorella, che dormiva con me, una sera prima di dormire mi chiese - Cosa ti è successo? -
Io non le risposi. Non sapevo cosa rispondere.
E se l’ipotesi di raccontare tutto a mia madre si affacciava per un attimo nella mia mente, ci pensava zio Carlo a bloccarmi.
- Simpatico quel Cecco, eh? - diceva spesso a tavola. – Fra qualche anno Francesca se lo sposa, eh? –
Mio padre manco ci badava a quello che diceva. Trangugiava un altro bicchiere di vino senza fiatare.
Poi zio Carlo aggiungeva, guardandomi fissa negli occhi - Bello, il bosco, eh? Tu ci vai spesso Francesca, eh? -
Era una continua tortura.
In certi attimi avrei voluto essere morta. Ed avevo pensato anche di uccidermi. Ma come farlo? E poi a dottrina dicevano che quando uno si uccideva andava all’inferno. E io, a quell’età, ancora credevo a queste cose.

Un giorno, era maggio, zio Carlo dovette andare in Città. Un disguido nei pagamenti dello stipendio.
- Mi vogliono fregare, quegli stronzi! - aveva detto – Ma scuciranno ogni dannato centesimo! -
Ed era partito di buonora. Non sapevamo quando sarebbe tornato.
Allora io presi tutto il coraggio che c’avevo.
Ma da chi potevo andare, chi m’avrebbe capito? Mio padre? No, come diceva zio Carlo non mi avrebbe creduto. Mia madre? Lo strazio sarebbe stato troppo per lei. I miei fratelli? Abitavano con noi, ma era come se li conoscessi appena. La mattina andavano nei campi, la sera erano al bar fino a tardi.
Restava mia nonna. Nonna stava tutto il giorno in casa, a cucire e a pregare.
Quando entrai in camera sua era intenta, come al solito, a recitare il rosario. Lo faceva tre volte al giorno. La domenica anche di più.
- Nonna - le dissi - devo dirti una cosa.-
Lei mise giù il rosario e mi guardò. – Cosa c’è, piccola mia? -
Così, senza tralasciare niente, cercando di non piangere, le dissi tutto.
Non appena ebbi chiuso bocca, un violento manrovescio si abbatté sul mio viso. Nonna mi aveva colpito con tutta la sua forza.
- Perché l’hai fatto? – biascicava - Lo sapevi come era Carlo! Tutti lo sapevano! E tu l’hai provocato! -
- Ma nonna… - feci io
- E’ sempre stato così! Quando aveva vent’anni l’hanno trovato con la figlia di Bellugi, che aveva dodici anni! Non è colpa sua! L’hanno detto anche i dottori! E’ malato! E tu - fece prendendomi per le orecchie – tu l’hai provocato al mio figliolo! L’hai provocato! Ma adesso dirò tutto a papà e ci penserà lui! -
Io piangevo, mentre mia nonna alzandosi dalla sedia usciva di casa dirigendosi a passo svelto verso i campi.
In quel momento avrei voluto morire. Per lo meno scappare di lì. Ma non ci riuscivo. Ero come bloccata per terra, nella camera di mia nonna, una nonna che credevo buona e amabile, come tutte le nonne.
All’improvviso sentii un urlo provenire dai campi. Mio padre aveva avuto la notizia.
Sentii che correva verso casa. Lo sentii andare in dispensa, buttare in aria i barattoli e i sacchi di mangime. Cercava disperatamente qualcosa. E subito capii. Durante la guerra, mi aveva raccontato mio fratello, papà aveva preso un fucile ad un tedesco. E lo aveva nascosto in un posto segreto.
Il posto segreto era quella dispensa.
Sentii mio padre uscire dalla dispensa ed entrare in macchina. Era ancora sporco, sudato, reduce da una giornata nei campi. Ma si mise alla guida senza pensarci. E dire che non voleva che un briciolo di polvere entrasse nella sua 1100!
Sentii il motore avviarsi.
Non vidi più mio padre per quindici anni.

Seppi solo alcuni giorni dopo quel che era successo.
Era arrivato fino a Cremona, aveva parcheggiato davanti al Comune. Era sceso, fucile in mano, ed era entrato negli uffici comunali. Nessuno l’aveva fermato. Forse, pensavano che era andato a denunciare quel fucile.
Aveva percorso tutti i corridoi finché non aveva trovato zio Carlo davanti ad uno sportello, intento a parlare animatamente con un impiegato.
Senza profferir parola aveva puntato il fucile alla pancia di zio Carlo. E aveva fatto fuoco.
Zio Carlo era stato scaraventato a terra, lo stomaco spappolato, insieme a tutto ciò che stava sotto.
- Perché… - rantolava - sono tuo fratello…-
- Avrei dovuto farlo tanto tempo fa - disse mio padre e sparò nuovamente, fermandolo per sempre.
Le guardie comunali, richiamate dagli spari, erano nel frattempo accorse. Non osarono avvicinarsi a mio padre finché non ebbe buttato a terra il fucile.
Poi gli furono addosso.

giovedì 22 novembre 2007

Capitolo 2

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Mio zio Carlo non si era mai sposato. E a volte mi ero domandata perché. Eppure era una persona simpatica, divertente, sempre allegra.
Insomma, il classico zio che ti portava le caramelle e ti raccontava le storielle, tutte cose che i genitori non avevano il tempo di fare.
Mio zio non lavorava in campagna con i miei. Faceva l’impiegato presso il Comune. Si alzava tardi, verso le sette e mezza, e partiva con la sua vecchia moto alla volta del paese.
Molto spesso mi dava anche un passaggio per andare a scuola. Mamma non voleva. Diceva che era uno spericolato.
A dire il vero diceva anche qualcos’altro. L’avevo vista arrabbiarsi con mio padre parecchie volte, perché teneva il fratello con noi.
Un uomo di quaranta anni e passa non sposato? Ci doveva essere qualcosa di strano in lui. Ma mio padre gli voleva bene. E poi zio Carlo portava a casa il suo intero stipendio. Mangiava poco, beveva poco. E questo era più che sufficiente per assicurargli un letto dove dormire alla fattoria.

Quando compii tredici anni mio zio mi regalò un paio di calze. Oggi, se provate a regalare un paio di calze ad una ragazzina, probabilmente ve le tirerebbe dietro, scioccata e offesa. E non è detto che vi denunci al Telefono Azzurro.
Ma per me erano il primo paio di calze. Il simbolo che ero diventata donna.
Mia madre naturalmente non vide di buon occhio quel regalo. I calzettoni di lana che mi costringeva a portare erano più che dignitosi, per lei.
Appena aprii quel pacco corsi subito in camera da letto a provarle.
Non credo fosse seta, anzi sicuramente era qualche nylon di bassa lega, ma per me erano come la più candida seta filata in Oriente per l’Imperatore.
Ero davanti al grande specchio, con la gonna alzata, intenta ad ammirare le calze, quando mi accorsi che mio zio era là , sulla porta. Sorrideva e aveva una mano in tasca.
Abbassai istintivamente la gonna. Ero turbata, ma solo un poco. Sicuramente voleva vedere l’effetto del suo regalo. E poi era solo mio zio! Sorrisi anch’io.
Mio zio si levò la mano dalla tasca, tirando fuori il pacchetto di Nazionali. Si accese lentamente una sigaretta, senza mai staccarmi gli occhi di dosso.
Poi se ne andò.
Non ci pensai più per alcuni giorni.

Poi, un sabato, dovevo andare al Catechismo in preparazione della Cresima.
Di solito andavo a piedi. Non ci voleva poi molto.
Ma quel sabato, dopo pranzo, mio zio mi sussurrò – Ti accompagno io al Catechismo! - Poi aggiunse – Non dire niente a mamma e papà. Sai come sono. Hanno sempre paura! -
E non lo feci. Mi divertiva andare in moto e l’episodio di pochi giorni prima era ormai completamente dimenticato.

Salii in sella, reggendomi forte alle sue spalle.
Zio Carlo mise in moto la vecchia Guzzi.
Il motore emise uno scoppio deciso.
La moto partì.
Non c’era molta strada da fare per giungere in paese. Ma la strada era sempre deserta. Un semplice viottolo di campagna che delimitava un boschetto.
Nel mezzo del tragitto la moto si fermò.
Erano le due. Non c’era materialmente nessuno in giro.
- Che succede? - chiesi.
- Niente - fece lui scendendo dalla moto – Niente –
Mise la moto sul cavalletto.
- Sai – disse – ho un altro regalo per te. L’ho nascosto in fondo al bosco. Avevo paura che a mamma e papà non piacesse -
- E che cos’è? - chiesi io – Un altro paio di calze? – anche se non ci credevo veramente. Ma era mio zio. Mi potevo fidare di lui.
- Molto meglio - disse – Vieni che te lo faccio vedere – E prendendomi per mano, mi trascinò in mezzo al bosco.
No, non avevo paura. Era mio zio. Sangue del mio sangue. Uno di famiglia.
Ci inoltrammo ancora di più. Ormai avevo capito che il regalo non esisteva. Non capivo cosa volesse fare mio zio. Forse uno scherzo.
Poi, all’improvviso si fermò.
Tenendomi con una mano, stretta, si slacciò la cintura.
Per un attimo pensai che mi volesse picchiare. Mio padre in un paio d’occasioni s’era tolto la cintura. Non mi aveva picchiato ma me l’aveva agitata davanti, minaccioso.
La mano di mio zio stringeva forte, sempre di più.
Lentamente si abbassò prima i calzoni, poi le mutande.
Distolsi lo sguardo istintivamente.
E fu in quell’istante che lui mi si buttò addosso.

Avevo un bel vestito quel giorno. Non quello della domenica, ma un bel vestito azzurrino.
Le sue mani corsero velocemente sulla cerniera abbassandola furiosamente. Qualcosa si strappò.
Urlai. Ma nessuno mi poteva sentire.
Poi mio zio cominciò a toccarmi, toccarmi dappertutto. Mi sfilò completamente il vestito.
Poi si gettò sul corsetto affondando il volto sul mio corpo.
Con impeto sempre più rabbioso mi tolse il reggipetto. Mugolò.
Poi, con un volto che non sembrava più il suo, mi strappò le mutande.
Io ero impietrita dalla paura. Non sapevo cosa fare.
Con uno strattone mi gettò, a terra, nel fango. Il giorno prima aveva piovuto.
Poi, alla fine, fu sopra di me.

Il tutto durò non più di due minuti. Poi mi lasciò lì a terra, nuda, sporca, al freddo, a piangere.
Mentre lui si fumava una sigaretta, lentamente cominciai a rivestirmi.
- Cosa dirai ora? - disse improvvisamente.
Non l’avevo mai sentito usare quel tono di voce. Non sembrava lui.
- Lo dirò a papà – feci io, decisa.
- E a chi crederà tuo padre? – disse lui – A chi crederà? Ad una piccola puttanella o a suo fratello? Pensaci bene Francesca, pensaci bene! -
- Mi crederanno.-
- Crederanno a tutto quello che IO dirò. Potrei dire che ti ho vista mentre andavi dentro al bosco con Cecco, il figlio di Alberti! -
Questo Cecco, lo avevo visto in un paio d’occasioni. Niente di ché. Mia sorella una sera a tavola aveva detto che io gli piacevo. Chiacchiere da ragazzine.
- Dirò che ho visto quel Cecco portare Francesca nel bosco. Chissà cosa hanno fatto! Tutto il paese lo saprà! Tutti ti rideranno dietro! Tutti ti chiameranno puttana! -
- Quindi - fece infine buttando la sigaretta nel bosco - è meglio se stai zitta. -

Tornammo a casa molte ore più tardi.
Lui era rimasto a fumare una sigaretta dietro l’altra, non staccandomi mai gli occhi di dosso.
Appena arrivata a casa, corsi in camera a piangere. Si, sapevo come nascono i bambini. Sapevo “quelle cose”. In campagna si impara presto, bastava guardare gli animali.
E avevo fatta tanta dottrina. Sapevo che quel dono dovevo conservarlo per una persona speciale, mio marito.
Ma quel dono era ormai perduto. Ero stata violata.
Nel mio futuro non vedevo più un marito, non riuscivo ad immaginarmi una vita normale. Tutti i progetti che avevo fatto, tutti i miei sogni da bambina, erano andati in fumo, scomparsi.
Mio zio se li era portati via per sempre.

lunedì 19 novembre 2007

Capitolo 1

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Soldi.
Fino a trentacinque anni i soldi erano stati la mia unica ragione di vita, il mio solo obbiettivo, la meta da raggiungere, il Tutto.
I soldi. Tanti soldi. Soldi per avere una vita migliore, soldi per evadere dalla realtà, soldi per esaudire ogni mio desiderio.
Con i soldi puoi fare tutto. Con i soldi puoi avere tutto. Ed io lottando, stringendo i denti, arrabbiandomi, ce l’avevo fatta. Avevo fatto tanti soldi.
Ero ricca.
Abitavo a Milano, in un attico di trecento e passa metri quadri che si affacciava su piazza del Duomo. La mia casa era stata arredata da architetti famosi. Non mi piaceva, ma mi era costata un sacco di soldi. E questo poteva bastare. Solo una litografia di Roy Lichestein da mettere all’ingresso mi era costata quattro milioni.
Avevo un armadio, anzi una stanza intera piena di vestiti. Valentino, Armani, Versace, a destra. A sinistra c’erano i Chanel e i Dior, più alcune cosucce che mi ero fatta fare su misura. Alcuni non l’avevo nemmeno mai indossati.
Avevo gioielli degni di quelli della Corona. Diamanti, smeraldi, rubini. Molti erano chiusi da anni in una cassetta di sicurezza. Li sfoggiavo solo alla Prima della Scala.
Avevo una Villa a Porto Cervo che usavo si è no tre settimane all’anno.
Avevo una Mercedes SL e una Jaguar E-Type.
Avevo tutto.
Ed ero felice, inutile negarlo.
C’era solo un piccolo particolare. Da principio non l’avevo notato. Ma poi, quando compii trentacinque anni, finalmente me ne accorsi.
Non era un martellante senso di colpa per come avevo ottenuto quello che avevo, non era il rimpianto per quello che avevo fatto in passato, no.
Ero sola.
Non che non avessi amici. E uomini. Fior di uomini. Potevo averli tutti ai miei piedi. Il meglio del meglio, non so se capite. Ma ero sola.
Il 16 febbraio del 1987, la notte del mio trentacinquesimo compleanno, quando l’ultimo invitato uscì da casa mia, quando la filippina se ne andò dicendo che sarebbe tornata domani per pulire, mi buttai sul mio letto vuoto e piansi.
Era la prima volta da oltre dieci anni.

Sono nata nell’entroterra di Cremona, nel 1952.
Avete presente quelle fattorie in piena campagna che si vedono solo nei film, dove il tempo sembra non essere mai passato, dove tutto è uguale come cent’anni fa? Quelle fattorie con le galline che razzolano sull’aia, così pittorescamente false che ti fanno dire “E’ il cinema! La gente certamente non vive più così!”
Invece era tutto vero.
Mio padre era un contadino. Mia madre una casalinga: lezioso vezzeggiativo per indicare una donna che lavorava quasi ventiquattro ore al giorno, cucinando, lavando i vestiti, rifacendo i letti, pulendo e via dicendo. Il tutto per otto persone. Oltre a mio padre c’erano infatti i miei due fratelli maggiori, Giorgio e Piero, mia sorella minore, Stefania, e mio zio Carlo. Ed in più c’era anche mia nonna Maria.
Ma i compiti di mia madre non si limitavano a questo: c’era un’intera fattoria da tirare avanti. Dar da mangiare alle bestie, andare a prendere le verdure giù all’orto, e così via. Quando poi c’era la trebbiatura o la semina o la macellazione degli animali, aveva a malapena il tempo di mettersi a sedere.
Ecco, forse fu proprio vedendo mia madre, che mi dissi “Non voglio finire così!”. Quella donna veniva sfruttata, lavorando a testa bassa, come un cane, e alla fine del giorno, non una parola di affetto, di ringraziamento. Al contrario se a mezzogiorno il pranzo non era pronto, giù le bestemmie. E a volte anche le botte.
Per alcuni anni odiai addirittura mia madre. Perché non si era ribellata? Perché non aveva mai alzato la voce? Molto più tardi mi seppi dare una risposta: perché non sarebbe servito a niente. Tutto sarebbe rimasto uguale. Per sempre.

Quando nacqui penso che mio padre bestemmiò. Già era stata una disgrazia avere un altro figlio, un’altra bocca da sfamare. Ora, per di più, scopriva che era una femmina. Un maschio ti poteva aiutare giù per i campi, per lo meno. Mangiava il cibo che ti faceva guadagnare. Ma una femmina no. La femmina era qualcosa da tenersi sulle spalle per vent’anni (forse, sperando in Dio, anche meno) finché qualcuno alla fine non te la portava via per fare altri figli. E il ciclo sarebbe così continuato.
Questi pensieri nacquero in me solo molti anni dopo.
Mio padre, da piccola, era il mio eroe. Era grande, forte e bello.
D’estate si alzava la mattina alle cinque (ma mia madre almeno mezz’ora prima per preparare da mangiare) e via per i campi. Avevamo tre ettari che mio padre coltivava con l’aiuto dei miei fratelli. Avevamo un orto e un pollaio. Lì c’erano i polli e i tacchini. C’era la conigliera. E una piccola stalla dove tenevamo i maiali.
Il mio primo ricordo di infanzia sono io che tengo la coda del maiale mentre veniva sgozzato. No, non mi faceva impressione. Era un gioco. Per me l’infanzia era tutta un grande gioco.
E di giochi non ne avevo molti. Me li dovevo fabbricare. Le figlie del sindaco avevano delle belle bambole, io no.
La bambola che stava appoggiata sul letto dei miei genitori, quando il parroco veniva a dare la benedizione pasquale, subito dopo era messa frettolosamente sotto chiave, in un posto segreto. Quando mia madre morì portò quel segreto nella tomba: non riuscii mai a scoprire dove tenesse nascosta quella bambola per tutto l’anno.
Con che giocavo allora? Prima che nascesse mia sorella con le galline nel pollaio, con un pezzo di legno che io mi immaginavo chissà cosa. Una bambola, forse, o qualche oggetto strano, come un frullatore o un phon che avevo visto al cinema.

Il cinema era una vera festa per noi. Ci si andava una volta al mese. L’unico cinema nella zona era in città, distante una ventina di chilometri. Ci si sedeva tutti nella macchina di papà senza profferir parola, con il vestito buono.
Papà aveva paura e andava piano. E pensava in cuor suo che più lentamente avesse guidato, meno benzina avrebbe consumato.
Arrivati in città si entrava nel cinematografo. La maggior parte delle volte il film era già iniziato. E la maggior parte delle volte non capivamo nulla di ciò che era successo.
Ma la visione di quel mondo strano, così lontano da noi, ci affascinava.
Nelle città vedevamo, la gente vive in case alte come montagne. E dentro quelle case hanno macchine meravigliose che cucinano, fanno il bucato e molte altre cose.
Fantascienza per noi.

Ma non ero triste. I bambini non lo sono mai.
Quando nacque mia sorella ero al settimo cielo. Finalmente avevo qualcuno con cui giocare!
Si, la mia infanzia fu felice e spensierata. Certo, desideravo forse qualcosa di più. Ma accettavo il fatto che era materialmente impossibile.
Quella era la mia vita, fine.
Poi compii tredici anni.